La mia dislessia: percorso scolastico e strategie

Premessa.

Questa è la mia storia. Non siamo tutti uguali ed ognuno deve cercare, provare e trovare le strategie più adatte alle proprie esigenze.

Le strategie sono strettamente personali ed è importantissimo che le sviluppi il ragazzo/la ragazza; noi possiamo aiutare a stimolare la conoscenza ma soprattutto noi siamo il sostegno morale.

Durante il mio percorso scolastico essenzialmente individuavo un problema, lo analizzavo e cercavo una soluzione (tutta la mia vita gira attorno a questo principio: cercare il modo, la giusta chiave di lettura). Trovare la strategia richiede tempo, anche anni ma i risultati sono molto soddisfacenti. All'inizio del primo anno delle superiori io ero “pronta”, autonoma, veloce, la prima della classe e, considerate che non sapevo di essere dislessica ma “svogliata ed intelligente”.

Io, “svogliata ma intelligente”: la mia dislessia nascosta

Circa 35 anni fa, la dislessia non era affatto conosciuta e questo ha permesso di “mimetizzarmi” nella classe come una delle tante “svogliate” ai limiti della sufficienza.

SCRIVERE Ricordo che scrivere era una tortura, mi faceva male la mano, a volte il dolore era insopportabile, come un crampo, una pugnalata tra le ossa e a nulla valeva massaggiare o schiaffeggiare, a volte si bloccava. Ricordo che scuotevo spesso la mano per farla rilassare e provare a scrivere ancora un po'. Il martirio si attenuò quando mettemmo da parte la bella calligrafia per scrivere velocemente, in terza elementare. Unica regola: capire ciò che si scrive. Le mie lettere sembravano formiche che spesso non riuscivo a leggere neanche io. Cancellature, buchi nel foglio, chiazze di inchiostro: povera me.

LETTURA Nella lettura ero lenta ma non ricordo gare di velocità. Mi stancavo molto facilmente, mi girava la testa se leggevo ad alta voce, ripetevo a mente la parte che dovevo leggere e ammetto che avevo un pò d'ansia: mi sudavano le mani, mordevo le labbra. Il maestro mi consigliò di leggere tutto ciò che trovavo per strada per esercitarmi, era l'unico compito per l' estate. Ricordo che leggevo soprattutto le insegne dei negozi, belle grandi e colorate. Usavo un righello per portare il segno perchè spesso perdevo il rigo. Poi passai all'indice ma ricordo che sillabavo tanto e non capivo nulla di quel che leggevo. “ma come? Hai letto e non hai capito nulla?” la sentii così tante volte questa domanda che oramai passava inosservata per me.

COMPRENSIONE DEL TESTO Il maestro si accorse che se il testo lo leggeva lui o i miei compagni, io ero in grado di farne un riassunto seppur impreciso per la scarsa padronanza della lingua, coerentemente alla mia età, aggiungo. “Non è stupida. E' molto intelligente. Lei ricorda lezioni spiegate in passato” disse ai miei “basterebbe che lei fosse attenta in classe” e così feci, coi miei limiti.

LINGUE STRANIERE – FRANCESE Mi piaceva tantissimo la lezione di francese alle elementari. Seguivo con entusiasmo ed ero molto brava (di conseguenza). Non ricordo se era un'ora o forse due a settimana ma era l' appuntamento della festa. Canzoncine, poesie e filastrocche... Ancora oggi ricordo perfettamente la canzone di Frère Jacques e la filastrocca sui giorni della settimana di Marie Antoinette. Memorizzai tantissime parole che ritrovai alle medie ed era come se avessi svolto già metà compiti. L'entusiasmo crebbe. POESIE E CANZONI: STUDIARE A MEMORIA. Ero bravissima a studiare a memoria. Dieci, sempre. Le canzoni sono facili per via del ritmo e del motivetto, le filastrocche per le rime. Tutto aveva un senso, una immagine. Lo stesso discorso non vale ad esempio per le frasi idiomatiche in inglese. La forma, la struttura è astratta e per il mio bambino era come dire cose senza senso, in terza elementare. Invece alle superiori, dopo aver studiato le forme interrogative, negative e di base, è più semplice comprendere le eccezioni. Dovrebbe essere universalmente: “dal facile al difficile, dal generale al particolare, dalla regola alla eccezione”.

Imparare a memoria parole in italiano e in lingua straniera, è un ottimo strumento per allenare la memoria e arricchire il linguaggio. Ancora oggi ricordo la canzone sui sette re di Roma e la filastrocca sui mesi dell'anno studiate alle elementari. Devo ammettere che non ricordavo San Martino di Carducci studiata alle medie ma la imparai bene quando Fiorello ne fece una canzone.

Imparare a memoria parlando o cantando che importanza ha? L'importante è “imparare a memoria”. Ma come, avevo dieci quando studiavo le poesie e poi non ricordo Carducci? Semplice: ero bravissima nell'immediatezza, dopo un po' di tempo, dimentico.. a meno di una canzone.


 

LE TABELLINE E LA MATEMATICA … Le tabelline … perchè riuscivo a memorizzare le poesie e le canzoncine anche in francese e non le tabelline? Perchè sono sequenze di numeri che non hanno logica. Inoltre la visualizzazione come pensiero, non era molto efficace perchè sono tante le combinazioni. Persi un sacco di tempo nel cercare una logica: giocai coi numeri, andavo ad esclusione, creai delle regole, il maestro mi suggerì la proprietà commutativa e mi fece notare che non era necessario studiarle tutte perchè si ripetevano e la tabellina del 9 fu la mia personalissima scoperta della quale andavo fiera. Cioè partendo da 9, le unità diminuiscono di uno e le decine aumentano di uno. Inoltre il dannato 7x8 è 56 che è una sequenza di 5678, per citare qualche esempio. Insomma una strategia, una marea di strategie. La cosa che più mi pesava delle tabelline era la gara tra i cugini quando ci incontravamo con i parenti nei giorni di festa. Ovviamente avevo la peggio ed era frustrante davanti a tutti tanto che non ci volevo più andare. Inoltre mi convinsero dell'importanza delle tabelline tanto che oramai ero palesemente “stupida” e non avevo gli strumenti o le conoscenza adatte per mettere in discussione quest' altrettanto stupida tesi.

Dunque iniziai a giocare coi numeri. Me lo insegnò la nonna, la mia adorata nonna. Lei era l' unica che mi difendeva, credeva in me e provava a farmi notare che ero davvero una bambina intelligente. Rispetto, fiducia e amore sincero, così lei mi incantò e riuscì ad attrarre la mia attenzione, tanto che mi insegnò a cucinare, mia grande passione, cucire, lavorare a maglia, all'uncinetto, leggere l'orologio. Mi insegnò tutto ciò che sapeva fare e rispondeva ad ogni mio perchè. I giochi coi numeri li imparai giocando a carte con lei. Mi aprì un mondo: potevo tutto se riuscivo a trovare il modo.


 

Il mio percorso scolastico dal punto di vista emotivo

Disordinata, imprecisa, lenta, livello di attenzione molto basso sia in termini di tempo che di qualità “si distrae molto facilmente e pensa ad altro...” diceva il mio maestro. Unico elemento peggiorativo era l intelligenza dunque capacità “sprecata” a dir di tanti, cosa che faceva arrabbiare un po' tutti e non mi lasciavano in pace, soprattutto in famiglia. Paternate su paternate da tutti: genitori, nonna, zii.

ELEMENTARI Il maestro era un uomo tranquillo che ispirava fiducia ed aveva un ottimo metodo, secondo me. Era “fissato” e ripeteva continuamente Ie regole base anche se magari nel programma non c'entravano nulla: verbi, le regole matematiche... Ad esempio ricordo benissimo che in quinta elementare fece alla lavagna il prospetto del modo indicativo quando avremmo dovuto ripassare le lezioni per gli esami di licenza elementare. Quel prospetto è una immagine molto chiara nella mia mente. Così grande e a lungo davanti agli occhi, cominciai a fantasticare sulle parole e l'ordine. Notai come i tempi semplici e i tempi composti funzionano in parallelo e l'ordine dei composti è: passato, trapassato (2), futuro. Avevo fatto la mia prima scoperta: dalla osservazione trovo una strategia. Alle scuole medie ero l'unica della classe che conosceva perfettamente i verbi nel modo indicativo. Allora se ci mettevo impegno, potevo emergere? Scoperta numero due. Però devo vedere, leggere, studiare, in modo diverso, dunque sperimentare.

SCUOLE MEDIE le ricordo come un disastro. Comunque studiassi non arrivavo da nessuna parte e non capivo il perchè. Il prof di matematica mi aprì gli occhi. Ero l'unica della classe che risolveva I problemi in meno tempo delle altre compagne di classe ed erano esatti. Io non mi rendevo conto di questi risultati, secondo me era tutta fortuna e lui mi disse “hai svolto correttamente l esercizio perchè hai un risultato certo, innegabile, vero? Secondo te, perchè tu ci sei riuscita e le tue compagne no?”. Eccolo, aveva capito tutto. Io non credevo nelle mie potenzialità e soprattutto, non studiavo per passione. Cominciai a prendere in considerazione l' ipotesi che forse ero intelligente oppure ero particolarmente portata per la matematica e le materie scientifiche. Un dono e dovevo ringraziare mia madre e mio padre per questo. Io non c' entravo ancora nulla. Insomma nei disastri c'era la mia firma, nelle cose fatte bene era merito degli altri, della fortuna, di Dio.

Con la prof di italiano, invece, le cose non andarono affatto bene e avevo notato un certo accanimento (ad esempio stessa prestazione io ed una compagna e lei prendeva un voto migliore del mio) cosa che feci presente ai miei genitori. La prof si giustificò dicendo che le faceva rabbia che io fossi così intelligente e non volessi studiare. Il suo parere era, inoltre, molto influente poichè mio padre notò come tutti gli insegnanti si uniformassero a dire le sue stesse cose (sempre distratta, non vuole fare niente, al limite della sufficienza, potrebbe fare di più) nonostante i voti fossero anche più alti, la solita fortuna! Uscii con “buono” dalle scuole medie, un odio profondo verso la scuola e una mancanza di fiducia verso gli insegnanti. Questo perchè, dopo circa un anno la prof di italiano ammise che c' era un accanimento perchè potevo fare di più ed erano più rigidi nelle valutazioni per “spronarci” e che “quel metodo” mi sarebbe servito alle superiori. In sostanza alle superiori ero la prima della classe grazie a lei.

Invece, cara prof, lei non mi ha lasciato nulla a livello di insegnamento se non delle carenze che mi sono portata dietro per tutta la vita, mi ha insegnato a non aver fiducia negli insegnanti perchè ti giudicano in base al capriccio del momento e soprattutto, dal suo modo di essere cieca e ottusa ho capito che tipi come lei vogliono semplicemente essere presi in giro”.

Io ero la prima della classe perchè odiavo la scuola e mi impegnavo al massimo per uscirne il prima possibile. Cinque anni erano più che sufficienti e dieci mesi erano sin troppi. Non dovevo assolutamente rischiare di essere rimandata.

SCUOLE SUPERIORI Alle scuole superiori gli insegnanti tenevano una politica completamente diversa: premiare l' impegno e i risultati. Caspita, mi incoraggiavano ed avevano fiducia in me: come potevo non avere fiducia ed interesse in loro e, di conseguenza, in ciò che insegnavano? Ovviamente l' insegnante “pecora nera” c'è sempre, che comunque sono riuscita a mettere al suo posto con mia grande soddisfazione. Ve la racconto??? Siiii dai!!!

Io ero la “preferita” di tutti i prof ma in particolare del prof di ragioneria perchè ero la migliore e davvero fuori dal comune, a suo dire. Al quarto anno ecco la prof di stenografia e lui mi introdusse con elogi, ecc. La cosa non stava bene alla tipa perchè aveva chiesto una raccomandazione al prof per il figlio al liceo, seguito dalla moglie che, invece, lo bocciò. Quando il prof me lo raccontò mi fece ridere e capimmo i atteggiamento dell' arpia. Era comunque dura con tutti e con me più di tutti. In sostanza andavamo tutti malissimo tranne 5 eletti. Primo quadrimestre 3 in pagella. Il suo punto debole erano le gare di stenografia che si tenevano a Montecatini, lei insegnava solo per quel premio. Doveva trovare e formare i più veloci. Scelse con fatica le sue preferite, io rimasi volutamente all'ombra. Alla vigilia della partenza, solito compito di velocità: 60 parole al minuto, se non ricordo male... Completai il mio scritto e oltre i suoi pregiudizi, notò che lo avevo terminato. “Ma come tu scrivi 60 parole al minuto e non me lo dici? Avrei potuto proporti nel gruppo per portarti a Montecatini. Ne ho prese di più lente...”. Non riuscii a trattenere un sorrisetto da vittoria e le risposi con decisione “come fa una ragazza che ha tre in stenografia a proporsi per una gara a livello nazionale? Io ci vedo una contraddizione, no?” … Lei non rispose. Ero soddisfatta.