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Una famiglia dislessica: “non è una tragedia, ma un modo di pensare alternativo”

 

“Credevo di essere normale, anche se mi sentivo diversa“. Maria Tursi, madre di Samuele, un bambino dislessico, ripensa alla sua infanzia e trova tante similitudini con quella di suo figlio. Stesse problematiche a scuola, stesse strategie per raggirarle. “Ho scoperto anche io di essere dislessica- racconta Maria- mentre guardavo un video sull’argomento. Le immagini simulavano le reazioni di un bambino a scuola che manifestava questa difficoltà. Nel momento in cui il piccolo abbassava lo sguardo per evitare quello dell’insegnante per la paura di essere chiamato, ho capito e ho pianto. Anche io ero dislessica ma all’epoca tale sindrome non veniva diagnosticata e l’etichetta che mi veniva data era: ‘svogliata ma intelligente’”.

Samuele, invece, che ha nove anni, è nato nell’era della dislessia, che viene riconosciuta sempre prima, a volte sin dalle scuole dell’infanzia. Samuele ha una sorella che si chiama Alice, e sebbene non abbia ancora compiuto quattro anni, momento in cui vengono somministrati i primi test per indagare l’esistenza di uno dei disturbi appartenenti allo spettro dei DSA, mostra delle manifestazioni che insospettiscono. Pronuncia “camarelle” al posto di caramelle, “pagapallo” invece di pappagallo e “pomcuter” che sta per computer. “Mia figlia anagramma le parole, specie quelle con più di tre sillabe. Questa caratteristica rientra nei disturbi del linguaggio, probabilmente è dislessica anche lei, come del resto, tutta la famiglia”. A questo ritratto di famiglia, si deve aggiungere infatti persino Michele, marito di Maria e padre di Samuele e Alice.

Bassi livelli di concentrazione e attenzione, estrema facilità a distrarsi, a livello linguistico difficoltà a esprimere tutti i pensieri in maniera logica. Questi sono i sintomi in comune tra Maria e Samuele. “A mio figlio basta parlare del Nilo per ritrovarsi in Mesopotamia. Soprattutto ai bambini serve molto ripetere gli stessi concetti per riuscire a memorizzarli”.


Per aiutare suo figlio ad affrontare l’impegno scolastico, Maria gli ha insegnato tutte le tecniche che  conosceva. “Per la matematica facciamo dei giochi, per la lettura gli ho insegnato il metodo veloce, quando si tratta di studiare invece, leggo io al suo posto e poi lui ripete, proprio come faceva una mia compagna di scuola con me”.

“Viviamo in un tempo in cui tutti vanno di fretta e Samuele non è l’unico ad avere problemi di attenzione e concentrazione. Nella sua classe è coerentemente inserito, perché molti bambini assorbono la frenesia e l’ansia dei loro genitori che genera sintomi simili a quelli di Samuele anche in chi non è affetto da DSA”.

Per aiutare suo figlio e tutte le altre famiglie che hanno a che fare con un bambino dislessico, Maria ha aperto un sito “I compiti di Samuele”, dove pubblica schede, giochi strategici per imparare a studiare e articoli sulla dislessia, con l’intento di non considerarla una malattia ma una caratteristica individuale. “Di certo il fatto di riconoscermi in mio figlio, mi ha agevolato tanto, ma credo che tutte le mamme siano in grado di accompagnare i propri figli in questo percorso, basta mettersi sedute e saperli ascoltare. E’ questo il messaggio che cerco di far arrivare a quelle donne che mi contattano disperate. La dislessia non è una tragedia, è solo una forma di mentalità un po’ diversa”.

fonte: www.romagnamamma.it/2014/06/famiglia-dislessica-non-tragedia-forma-alternativa-intelligenza/