La dislessia di Einstein

La dislessia di Einstein

"Ci serve un nuovo modo di pensare per
risolvere i problemi causati dal vecchio modo di
pensare”


Einstein è considerato il più grande scienziato di tutti i tempi, insieme a Newton.
Dal punto di vista della dislessia, il caso di Einstein è singolare perché le notizie che si hanno di lui sono
contraddittorie: c’è chi lo definisce con certezza un dislessico, chi affetto da una forma di autismo, chi
invece dice che ciò ha contribuito a creare un’aura di romanticismo intorno alla sua figura.
La realtà è che il piccolo Albert parlò con ritardo, ebbe difficoltà a legare con i coetanei e imparò a
leggere all’età di nove anni.
Il biografo Pais dichiara che, anche se la famiglia di Einstein aveva inizialmente delle apprensioni perché
potesse essere ritardato avendo iniziato a parlare dopo parecchio tempo, a un tratto si tranquillizzò
vedendo che Albert aveva cominciato a pronunciare frasi intere fra i due e i tre anni. Sua sorella disse:
“Lo sviluppo, durante l’infanzia, procedeva lentamente. Ebbe alcune difficoltà con il linguaggio, tanto che
si temeva che non avrebbe mai imparato a parlare… Ogni frase che pronunciava la ripeteva a se stesso a
bassa voce, muovendo le labbra. Questa abitudine persistette fino a sette anni”; tuttavia la nonna materna
scrisse in una lettera a un parente, pochi mesi dopo il secondo compleanno di Albert, che “stava già
esprimendo idee divertenti”. Secondo il biografo Clark, un motivo molto più plausibile del suo lento
sviluppo del linguaggio è la soluzione più semplice, suggerita dal figlio di Einstein, Hanz Albert, che dice
che suo padre si isolò dal mondo quando era ancora un ragazzo. “Mi disse che i suoi insegnanti riferivano
che … era tardivo, asociale e sempre immerso nelle sue assurde fantasie”. Anche una domestica un giorno
gli diede dello stupido, perché aveva notato la sua abitudine a ripetere tutto due volte. In realtà quando gli
veniva rivolta una domanda, elaborava la risposta nella sua mente e faceva una prova sottovoce, poi la
ripeteva a voce alta quando era sicuro che fosse giusta. Se uno accetta questa interpretazione, altre
informazioni ci aiuteranno a giudicare le abilità di linguaggio di Einstein dopo che cominciò a parlare.
Einstein entrò nella scuola all’età di sei anni e, nonostante la credenza
popolare, alcuni biografi riferiscono che aveva un buon rendimento. Quando aveva sette anni, sua madre
scrisse, “Ieri Albert ha avuto i suoi voti: è ancora il numero uno, la sua pagella è brillante.” Eppure i suoi
insegnanti lo descrivevano in termini poco idilliaci! Lo stesso Einstein riferisce: “Da bambino non andai
mai particolarmente bene o male a scuola. Il mio principale punto debole era una memoria povera,
soprattutto per quanto riguarda le parole e i testi; non affollavo la mia memoria con i fatti che avrei potuto
trovare facilmente in una enciclopedia”. Fuori della scuola egli amava dedicarsi ad attività manuali, quali
fabbricare oggetti intagliati, lavorare con un set per costruzioni metalliche e giocare con un modellino di
locomotiva a vapore che gli aveva regalato un parente. L’ambiente familiare del piccolo Einstein offriva
abbondanti stimoli mentali permettendogli di sviluppare le proprie potenzialità. All’età di dodici anni
Einstein leggeva libri di Fisica. A tredici, dopo aver letto Critique of Pure Reason e il lavoro di altri
filosofi, Einstein adottò Kant come suo autore preferito; lesse anche Darwin. Molte persone credono che
chi soffra di dislessia sia avaro di letture accademiche, anche complesse come quelle fatte da Einstein. In
realtà questo non è così, almeno non per tutti. La verità è che egli presentò molti dei sintomi tipici della
dislessia: trasposizione e omissione di lettere, numeri e formule nella scrittura e frasi senza ordine. All’età
di quindici anni, Albert lasciò la scuola per i brutti voti in molte materie, come storia e tedesco, e si
trasferì a Milano con la famiglia. L’anno successivo si trasferì ad Arrau in Svizzera. Ancora una volta
Einstein fu insoddisfatto dall’insegnamento che ricevette e saltò regolarmente le lezioni. Lui stesso
ammise che era troppo sicuro di sé e troppo indipendente per conformarsi alle aspettative di tutti i suoi
insegnanti. Come studente Einstein trovava la scuola noiosa e intimidatoria e preferiva studiare da solo
Fisica e suonare il violino. E’ vero. Einstein non superò gli esami per accedere all’università, anche
perché, oltre ad avere soltanto sedici anni, due anni sotto la media, non aveva studiato. Nel 1900, infatti,
riuscì a superare gli esami finali studiando dagli appunti di un compagno di classe: tuttavia il suo
professore non gli consentì di proseguire gli studi. Il padre di Einstein desiderava che suo figlio svolgesse
un’occupazione tecnica, una decisione che Einstein trovò difficile da prendere. Di conseguenza, come egli
stesso ammise successivamente, evitò di dedicarsi a “una professione pratica”, non preparandosi per la
prova di ammissione. Inoltre, è vero che, dopo la laurea, Einstein ebbe difficoltà a trovare un lavoro. Ciò
dipese soprattutto dal fatto che la sua natura indipendente, intellettuale e ribelle, lo rese, come si definiva
lui stesso, “un pariah (membro di una bassa casta del sud dell’India) nella comunità accademica”. Un
professore gli disse: “Tu hai un difetto: non ti si può dire niente!”. Einstein cambiò tre lavori in poco
tempo, ma non a causa dei disturbi d’apprendimento. Eppure fu Einstein stesso a dichiarare che non fu un
bravo studente; egli sapeva di avere poca memoria; non riusciva soprattutto a scrivere correttamente dei
testi. Non riuscendo a risolvere i problemi di matematica e di scienza, inventò una sua strategia; nel suo
studio aveva una lavagna dove c’erano scritte le tabelline: Einstein non le imparò mai! Si pensa che fu
proprio il suo modo inusuale di risolvere i problemi e l’essere un “sognatore” che l’ha aiutato a diventare
il più grande scienziato del mondo.


Tratto da “Le aquile sono nate per volare”, Rossella Grenci , Edizioni La meridiana